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Scollegato dai Nirvana, quanto tempo è passato – Il Post

by Francesca
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Kurt Cobain e, sullo sfondo, il bassista Krist Novoselic durante un concerto dei Nirvana per la serie “MTV Unplugged”. New York, 18 novembre 1993

«Prima di cena, tornando in città alticcio e incantato, mi sono fermato in un negozio e ho comprato “Unplugged in New York”, il disco che allora ascoltavo di più, che ho letteralmente consumato, che mi ha accompagnato in tutti i miei viaggi, i miei le mie città, le mie case, i miei drammi, le mie estasi. E che ancora oggi, esattamente trent’anni dopo, mi suscita una domanda assillante: mi ostina a cercare cosa c’è nella dolce durezza di quella voce, di quelle parole, di quella musica, di quel maglione verde, di quelle sigarette. , di quelle accelerazioni e quei silenzi, che mi fanno vibrare tanto. Anche quello che vibra nel ricordo di me che imparo una delle sue canzoni»

Non volevano nemmeno fare quel concerto. Molte delle leggende del rock che erano passate di lì avevano suonato nell’angusto teatro come se fossero in uno stadio, o in uno studio di registrazione, e ai Nirvana sembrava che avesse poco senso. Mi viene da ridere se ci penso: non riesco a trovare un’opera che ancora oggi, esattamente trent’anni dopo, abbia più senso; per me, per quello che sono diventato e per il mondo intero che abbiamo costruito per noi stessi.

Quando Beth McCarthy e Alex Coletti, ideatore e produttore della serie MTV Unplugged, hanno visto la scaletta delle canzoni e degli ospiti si sono incazzati: si aspettavano le loro canzoni più famose dei Nirvana – Smells Like Teen Spirit o Litio – qualcuno dei raggi luminosi che li aveva proiettati nell’Olimpo delle più grandi rock band del pianeta. I Nirvana, Kurt Cobain in particolare, volevano invece suonare una serie di pezzi minori, molte cover semisconosciute, e invece di invitare Eddie Vedder o Tori Amos proposero di portare sul palco Curt e Cris Kirkwood, dei Meat Puppets.

Era il 18 novembre 1993. Era l’anno dell’insediamento di Bill Clinton, del primo attentato al World Trade Center di New York, della bomba in via dei Georgofili, dell’evirazione di John Wayne Bobbitt per mano della moglie Lorena, della decantato e falso Accordi di Oslo tra Israele e l’OLP, l’elezione di Rudolph Giuliani a sindaco di New York e l’uccisione di Pablo Escobar. Le cortine di ferro dei regimi sovietici erano da poco crollate, c’era l’illusione che il mondo si stesse trasformando in un grande parco, in cui passeggiare liberamente. Adesso sembra di guardarci negli occhi, quel 1993.

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Kurt Cobain non era meno tormentato del pianeta su cui si trovava e che presto avrebbe abbandonato. Braccato dal suo successo globale secondo discoconfuso da nuovo album rilasciato qualche settimana prima, sopraffatto da continui dolori di stomaco e risucchiato dall’abuso di eroina, nei mesi precedenti era sopravvissuto a diverse overdose e tentativi di suicidio. Spesso i due eventi si sono sovrapposti. Il giorno diScollegato non si lavava i capelli da una settimana, mostrava segni di astinenza. Usando espressioni che la produzione non capiva, non si sa se per scherzo o no, continuava a chiedere che gli venissero portate delle cose. Quando Alex Coletti disse a Kurt che le candele e i gigli che aveva scelto per il palco lo facevano sembrare un funerale, Kurt rispose: “Esattamente, proprio come un funerale”.

La teoria di William S. Burroughs era che Kurt se n’era già andato. Si erano incontrati la primavera precedente, per lavorare insieme Il “sacerdote” lo chiamavanouna registrazione di una storia di Burroughs con versioni distorte in sottofondo Notte silenziosa e l’inno nazionale americano suonato da Kurt. “Kurt non si è ucciso”, avrebbe detto più tardi Burroughs Rolling Stone, “Kurt era già morto.” Neppure il suo volto, secondo lo scrittore, aveva più il colore dei vivi.

Le prove per ilScollegato erano stati tesi, ingombranti. I Nirvana non potevano suonare diverse canzoni acusticamente e dovettero metterle da parte all’ultimo momento. Erano tutti preoccupati che Dave Grohl, alla batteria, non sarebbe stato in grado di usare la finezza necessaria per un scollegato e per un teatro compatto come quello dei Sony Music Studios di New York. Coletti durante le prove mandò un ragazzo in un negozio dietro l’angolo e fece portare a Grohl un paio di bastoncini più leggeri, facendolo passare per uno scherzo. Dave ha finito per portarli sul palco. “Pensavamo che sarebbe stato un disastro”, disse più tardi in una delle sue famose interviste.

Eppure, quando arrivò il momento, Kurt – qualunque creatura fosse, vivo o morto – salì sul palco, si avvicinò alla brutta sedia da ufficio che aveva lasciato davanti al microfono, prese il suo Martin e con un cardigan verde rognoso appeso sulle sue spalle ha cantato una delle ore più toccanti della musica contemporanea. I Nirvana furono gli unici, oltre a Live e Crosby, Stills, Nash & Young, a concludere il concerto senza ripetere alcun brano. E sì, a loro non importava, suonarono otto dei loro pezzi meno famosi, nei quali includevano sei cover, tutte – ad eccezione di L’uomo che vendette il mondo di David Bowie – di gruppi e autori semisconosciuti o dimenticati, inclusi Gesù non mi vuole per un raggio di soleun antico inno cristiano riarrangiato da Vaselines.

Questa è la prima canzone che ho imparato, quasi quattro anni dopo il concerto e tre anni dopo l’uscita dell’album. Ed è un ricordo così perfetto da essere imbarazzante. Lo prendo nota, quindi ho la fortuna di sapere come situarlo esattamente: 19 settembre 1997. Se le somiglianze tra i numeri sono divertenti, avevo 19 anni.

Le sgraziate lunghezze dei miei capelli, che nei mesi precedenti mi avevano fatto somigliare a un levriero afgano, erano finalmente cresciute abbastanza da permettermi di portare la coda. Ho indossato costantemente un paio di pantaloni di pelle nera, comprati ad Amsterdam d’estate, durante il mio lisergico viaggio di laurea. Adoravo quei pantaloni. Quel giorno indossavo anche una camicia militare a cui avevo tagliato le maniche. Anche a me è piaciuto molto. Scrivevo poesie, stavo per partire per il primo dei miei grandi viaggi, facevo un uso massiccio di stupefacenti, scrivevo quello che sarebbe diventato il mio primo romanzo. Non mi sarei mai più sentito così vicino a ciò che sognavo di essere.

Daniele, un mio strano amico, si era offerto di insegnarmi a suonare la chitarra. Siamo andati a comprarne uno usato nel negozietto del suo paese, alla periferia nord di Firenze, poi siamo saliti sui suoi Vespini di tre colori diversi e ci siamo avviati verso le colline. Lungo la strada abbiamo comprato anche una fiasca di vino.

Eccolo, il ricordo impeccabile: io e Daniele in una radura di campagna, la luce del pomeriggio di fine settembre, accanto a me una Vespa in panne, un fiasco di vino, una chitarra. Ho già ammesso il mio possibile imbarazzo, quindi non mi interessa e sprofondo: esiste qualcosa di più incantevole?

Daniele scriveva parole e accordi su un foglio di carta Bussando alla porta del paradiso, gli ho chiesto se conosceva qualche canzone dei Nirvana. Ci ha pensato, ha detto che c’era una cover molto semplice di Unplugged e me l’ha mostrata. Era Gesù non mi vuole per un raggio di sole. Ho provato a suonarla, è diventata la prima delle sole cinque o sei canzoni che avrei mai imparato. Poi abbiamo anche provato a scrivere una canzone. Non ne è venuto fuori molto, ma mi è rimasto quel foglio a quadretti, quelle linee storte e quella data.

Prima di cena, tornando alticcio e incantato verso la città, mi sono fermato in un negozio e ho comprato ilScollegato a New York, l’album che ho ascoltato di più, che ho letteralmente consumato, che mi ha accompagnato in tutti i miei viaggi, le mie città, le mie case, i miei drammi, le mie estasi. E una domanda fastidiosa mi ispira ancora oggi.

Gesù non mi vuole per un raggio di sole è il terzo pezzo del concerto. Nel silenzio dopo gli applausi Kurt dice che è sicuro che sbaglierà il pezzo successivo, e invece canta una versione di L’uomo che vendette il mondo sarebbe passato alla storia. Appena terminata la cover di Bowie il gruppo si scambia un altro paio di battute. Kurt dice che il pezzo non era male, gli altri ridacchiano e annuiscono. Chiede se farà il pezzo successivo da solo. “Sì, fallo da solo”, si sente rispondere. Poi la linea epocale: «Proverò a farlo in una chiave diversa, proverò a farlo in chiave normale. E se suona male… queste persone dovranno aspettare.” Il pubblico ride. Poi Kurt, lì da solo sul palco, dà vita alla versione più commovente di Tè alla mentuccia di cui non vi è alcuna traccia.

Poco prima di lasciare il palco a Kurt, un giovanissimo, magro e ben rasato Dave Grohl si gira verso Pat Smear, che lì fa da seconda chitarra, e gli chiede una sigaretta. Non si sente nel disco, rimane solo nelle registrazioni non tagliate. «Hai una sigaretta, Pat?». «Hai un cicchino?», si sarebbe chiesto a Firenze. Eccolo, lo splendore di quanto sta accadendo davanti agli occhi di chi c’era e poi del mondo intero. Tre ragazzi che fino a due anni prima suonavano nei bar di provincia, diventati rock star internazionali, in un piccolo teatro di New York davanti a milioni di spettatori, terrorizzati prima di salire sul palco che andasse tutto a puttane, improvvisamente abbastanza calmi da poter scherzare sulla loro pezzi acustici e scroccatrici di sigari come se fossero in uno scantinato, attorno a una creatura che, sì, forse è già più morta che viva, e tuttavia forse proprio per questo capace di farci annusare l’immensità.

Ed eccomi qui, esattamente trent’anni dopo, ad riascoltare, a riosservare per l’ennesima volta Vieni come sei, Pollyle canzoni appena pubblicate di Nell’Uteroi tre dei Marionette Di Carne, Attutire, Qualcosa nel modoche incredibile Oh io che ogni volta mi fa venire le lacrime agli occhi e in cui credo sia nascosto il dramma di Kurt, fino al grido finale, aspro, quasi stonato di Dove hai dormito la scorsa notte. E non posso fare a meno di notare che non sto solo ascoltando un disco, osservando un concerto, che forse non mi sono mai limitato ad ascoltare un disco o osservare un concerto: mi ostino a cercare cosa c’è nel dolce durezza di quella voce, di quelle parole, di quella musica, di quel maglione verde, di quelle sigarette, di quelle accelerazioni e quei silenzi, che mi fanno vibrare tanto. Anche quello che vibra nel ricordo di me che imparo una delle sue canzoni.

Visto che parliamo di tempi passati, la prima impressione è che si tratti di nostalgia. Del resto, esiste un sentimento più diffuso? Eppure la nostalgia è il sintomo della lontananza, dell’assenza. E qui tutto è così vivo, così presente. Se di mezzo c’è un disagio, non è un senso di vuoto, ma un accenno di mal di mare. È come se quel disco fosse una crepa nella crosta dell’esistenza, nell’insieme di strati che abbiamo solidificato giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo, nell’illusione di proteggerci. Quanta fatica, quanta energia, quanti soldi noi umani abbiamo speso per addensare quella crosta. Ora non posso fare a meno di chiedermi se fosse una via da seguire o se abbiamo sbagliato. Forse è questo che ha ucciso Kurt, forse è questo il suo sacrificio: la resistenza a solidificare quella crosta, la condanna a sentirsi – forse a volersi sentire – sempre esposti. Magma, carne viva, bruciore, infezioni. Chissà se è possibile sopravvivere così, chissà se io stesso sarei sopravvissuto così.

Eppure ri-osservo il concerto, ri-osservo la memoria di me stessa, do uno sguardo a ciò che ho accumulato, alle mie scartoffie, ai miei figli, alle mie preoccupazioni, a tutti gli orpelli con cui buona parte di noi hanno riempito le nostre vite, e non voglio fare altro che fissare quella versione di me, e gli occhi di Kurt, e chiedere se sono orgogliosi di quello che sono diventato. In fondo, quello che mi chiedo da trent’anni, consapevolmente o meno, è se sia possibile vivere così, senza niente addosso; se tutto ciò che abbiamo costruito è un successo o una sconfitta.

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